Colonia: ultimo atto

«Mamma… stai dormendo?».
Non dormiva. A quell’ora era sempre sveglia, ma piuttosto che accogliere un vagabondo insonne tra le lenzuola, avrebbe preferito godersi quel breve momento di pace. Osservò furtivamente mio padre che, disteso accanto a lei, russava come un rinoceronte raffreddato. Avrebbe voluto che almeno per una volta fosse lui a fare gli onori della camera da letto, ma sapeva che non si sarebbe svegliato neppure con le cannonate.
«Vieni, ma fai piano».
La porta della camera si aprì e il giovane vagabondo corse subito da lei. Lo accolse a braccia aperte e lo fece accomodare sul suo grembo.
«Ho fatto un brutto sogno», disse lui.
«Ora è passato, non ti preoccupare», rispose accarezzandogli dolcemente la fronte.
«Mamma… quando torna Marcello?», chiese poi con voce sommessa.
«Presto, tesoro. Adesso chiudi gli occhi e dormi».

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Colonia: atto terzo

Colonia di Orvieto, disteso sul lettino dell’infermeria. Mentre riaprivo gli occhi sentivo una mano accarezzarmi il viso dolcemente, come faceva mia madre. La testa mi girava ancora e distinguevo a malapena le figure intorno a me.
«Sei tu, mamma?», dissi voltandomi.
«Sono io, tesoro». Era proprio la sua voce.
«Come mai sei qui?»
«Mi hanno detto che ti sei sentito male e sono venuta a prenderti».
Provai una piacevole sensazione di conforto nel sentire il profumo della sua pelle.
«C’è anche papà?», chiesi ancora mentre cercavo di mettere a fuoco il suo volto.
«Papà è a casa che ci aspetta».
«Ti prego, andiamo via da questo posto».
«Hai la febbre alta, devi stare ancora un po’ a riposo», disse mentre continuava ad accarezzarmi delicatamente il viso.
«Voglio tornare subito a casa!»
Raccolsi tutte le mie forze e provai ad alzarmi. La mano di mia madre si fece improvvisamente ruvida e mi respinse con violenza sul lettino. Le dita ispide e appuntite come quelle di un demone mi stringevano il collo soffocandomi. Mi dimenavo sotto di lei, mentre il suo volto mostruoso e deforme si avvicinava al mio, con le fauci spalancate. Ricordo i denti affilati e la bava che colava sulla mia fronte. Tentai di gridare, ma non riuscii a emettere un filo di voce. Sarei dunque morto così? Divorato da mia madre?

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Colonia: atto secondo

Colonia di Orvieto, nell’ufficio del direttore. Osservavo gli oggetti disposti ordinatamente sopra la scrivania. Da un momento all’altro mi avrebbe rivolto la parola e l’unico mio pensiero era quello di riuscire a parlare senza che mi tremasse la voce. Era un tipo ordinario, non troppo elegante. Ed era privo di quell’espressione severa che mi sarei aspettato dal capo supremo di una struttura così vasta e organizzata. Mi aveva fatto accomodare nell’attesa che finisse di consultare alcune cartelle.
«Di cosa volevi parlarmi?», disse all’improvviso cogliendomi di sorpresa.
«Ecco vede… Mi domandavo se fosse possibile essere trasferito di camerata. Sa com’è… conosco il gatto e la volpe e mi piacerebbe trascorrere questa vacanza insieme a loro. Sono stati assegnati alla stanza 13, mentre io…»
Lo sapevo, mi tremava la voce. D’un tratto l’oscurità avvolse l’ufficio e dal pavimento si sollevò una fitta nebbia, tipo cimitero rumeno alle prime luci dell’alba. Ebbi come un déjà vu. Il direttore sollevò lo sguardo. Mi fissava con gli occhi spalancati e la penna ben salda nella mano.
«Sei sicuro di quello che dici?», domandò con voce ultraterrena. Deglutii facendo un cenno col capo. «Pensaci bene. Sfidare la sorte può rivelarsi una scelta molto pericolosa»
«Si, ma vede… così almeno mi sentirò meno solo! Starò con il gatto e la volpe e poi… si, insomma, li conosco da tempo…», dissi io esitando.
«Molto bene. Se è davvero questo quello che vuoi… stanza 13 sia!»
Intinse l’estremità della penna in una goccia del suo sangue e tracciò una linea rossa sopra il mio nome. Seguì una fragorosa risata. Quando finì di trafficare con la documentazione mi accorsi che l’atmosfera era tornata alla normalità.
«Tutto a posto. Procedi lungo il corridoio e ti ritroverai davanti alla stanza 13».
«La ringrazio!»

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Colonia: atto primo

Estate 1986, sulla strada per l’aeroporto. Avevo dieci anni. Sotto il torrido sole di Sardegna, una 126 verde sfrecciava sul lungomare, tra serpenti a sonagli e armadilli spiaccicati sull’asfalto. Partire per la colonia estiva non era stata una mia idea. O meglio, non completamente. Diciamo che ero stato sedotto dalle parole del gatto cieco e della volpe zoppa.
«Noi ogni anno andiamo in colonia. Stiamo per tre settimane in Umbria, senza genitori e senza rotture di scatole». Così aveva detto il gatto.
«È vero, facciamo quello che ci pare e ci divertiamo moltissimo. Perché non vieni con noi? Una volta lì, potrai chiedere il trasferimento di camerata, così staremo tutti insieme!», aveva aggiunto la volpe. Sembrava la proposta più allettante che avessi mai ricevuto in vita mia.
Ero corso a casa.
«Mamma, mamma, tieniti forte…». Come sempre mia madre era indaffarata in cucina. Tagliuzzava le verdure con la disinvoltura di un maestro d’arti marziali giapponese. «Ho deciso che questa estate partirò in colonia!»
Improvvisamente aveva smesso di affettare. L’oscurità aveva avvolto la cucina e dal pavimento si era sollevata una fitta nebbia, tipo cimitero rumeno alle prime luci dell’alba. Si voltò verso di me con gli occhi spalancati e il coltello ben saldo nella mano.
«Sei sicuro di quello che dici?», aveva domandato con voce ultraterrena. Deglutii faticosamente e feci cenno di si col capo. «Pensaci bene. Significa che dovrai stare venti lunghi giorni lontano da casa…», aggiunse.
«Si, ma vedi… non sarò solo! Ci saranno il gatto e la volpe e poi… si, insomma, non sarò solo…», dissi io esitando.
«Molto bene. Se è davvero questo quello che vuoi… colonia sia!»
Seguì una fragorosa risata. Poi mi diede nuovamente le spalle e riprese ad affettare le verdure come se nulla fosse. L’atmosfera si era rarefatta.
«Tesoro, quando esci porta fuori la spazzatura».
«Si, mamma».

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